Steve Jobs decise di parlarne per la prima volta undici mesi dopo quella lunga mattinata trascorsa con la moglie Laurene al primo piano del reparto oncologico della Stanford University, al numero 875 di Blake Wilbur Drive, nel cuore della contea californiana di Santa Clara: undici mesi dopo quella mattinata in cui il capo della Apple si ritrovò tra le mani di un famoso chirurgo della Stanford Cancer University che nel giro di tre ore riuscì a rimuovergli quel tumore maligno che gli era stato diagnosticato tre settimane prima in uno studio medico di Palo Alto, e che in appena un mese e mezzo gli aveva rosicchiato prima il pancreas, poi la cistifellea, quindi lo stomaco e infine una buona parte dell’intestino tenue.
E in effetti, in questi giorni, nei confronti di Jobs, gli amanti della Apple, e non solo loro a dire la verità, stanno vivendo esattamente la stessa strana sensazione vissuta da chiunque si ritrovi all’improvviso a dover fare i conti con la possibile scomparsa di una persona importante, e l’idea che la persona che potrebbe scomparire da un momento all’altro sia una di quelle che negli ultimi anni ha forse più cambiato la nostra vita, e in parte la nostra cultura, non può che farci interrogare sulle ragioni che hanno permesso a quello che fino a poco tempo fa era soltanto l’inventore di un computer molto cool, molto trendy e molto fighetto, di diventare il vero volto simbolo del Ventunesimo secolo: la vera icona del nostro millennio.
‘E’ innegabile – ha detto la professoressa Heidi Campbell, uno dei due autori dello studio, intervistato nell’ottobre 2010 su Fox News – che il linguaggio che contraddistingue il così detto culto della Apple indichi la presenza all’interno di quel mondo di una sorta di ‘implicit religion’, di una religione implicita, e se ci si pensa bene vi sono almeno tre fattori che permettono di comprendere perché l’universo della Mela morsicchiata sia oggi percepito come una nuova forma di culto condiviso: vi è il luogo umile in cui sono stati dati i natali alla creatura Apple (il garage di una casa di Cupertino, che sta alla Apple come la mangiatoia di Betlemme sta alla chiesa cattolica); vi è l’idea che alla guida di una comunità di fedeli vi sia un leader che prima di essere stato riconosciuto come una vera figura messianica è stato costretto ad attraversare vari passaggi difficili della sua vita (e in questo senso il miracoloso ritorno a Cupertino di Jobs, dopo il licenziamento dalla Apple, è paragonabile simbolicamente alla resurrezione del Salvatore); e infine nelle varie fasi della vita della Apple c’è sempre la figura di un acerrimo, spietato e indiavolato nemico (ora l’Ibm, ora la Microsoft, ora Google) che viene di volta in volta presentato come fosse davvero quel simbolo delle forze del Demonio contro cui combattono coraggiosamente gli angioletti della Apple’.
‘La trasformazione del telefono della Apple in una sorta di telefono di Cristo – ci racconta Alberto Marinelli, docente di Nuove tecnologie all’Università la Sapienza di Roma – è stato uno dei momenti più importanti della storia dell’azienda di Jobs: è stato quello in cui per la prima volta la Mela morsicchiata ha offerto alla sua comunità un collegamento diretto tra la biografia di Steve e quella del Creatore ed è stato anche il momento in cui, forse in modo definitivo, si è completato il lungo processo di rappresentazione divina dell’inventore della Apple.
Fonte:
http://www.ilfoglio.it/soloqui/10130